La transizione climatica non si vince con lo zelo regolatorio ma con strumenti economici intelligenti: mantenere il cap dell’ETS, ma renderne più elastico il funzionamento per evitare shock industriali e sociali.
Il pianeta non si salva con una data simbolica, ma con una traiettoria sostenibile. Per arrivare al Net Zero bisogna arrivarci vivi.
«Surtout, pas trop de zèle», ammoniva Talleyrand: soprattutto non troppo zelo. È un consiglio antico, ma sorprendentemente attuale quando si parla di clima, energia e futuro.
Perché qui non stiamo discutendo di una disputa ideologica. Stiamo decidendo, molto concretamente, quale sarà la qualità della vita nei prossimi trent’anni.
Il cambiamento climatico esiste. I dati scientifici sono chiari e ormai difficili da contestare. Ridurre le emissioni è necessario e l’Europa ha scelto di farlo con l’obiettivo più ambizioso: la neutralità climatica entro il 2050. La Cina indica il 2060, l’India il 2070.
È una scelta coraggiosa, forse anche un po’ temeraria. Il punto, però, non è la meta. Il punto è la strada.
Negli ultimi vent’anni l’Unione Europea ha costruito uno degli strumenti più sofisticati della politica climatica globale: l’ETS, l’Emission Trading System, il sistema di scambio delle emissioni.
L’idea di base è semplice: fissare un tetto massimo alla CO₂ che i grandi settori industriali possono emettere. Ogni anno quel tetto si riduce e le imprese che superano la soglia devono acquistare quote da chi emette meno.
Il principio è economicamente elegante: rendere progressivamente più costoso emettere CO₂ per spingere l’innovazione tecnologica. Il cosiddetto cap, il tetto alle emissioni, è il cuore ambientale del sistema e non dovrebbe essere messo in discussione.
Eppure, qualcosa oggi scricchiola.
Il prezzo delle quote ETS è diventato una variabile pesante per l’economia europea. Insieme al CBAM — il meccanismo di aggiustamento del carbonio alle frontiere — incide in modo crescente sui costi industriali. E i costi industriali, come sempre, finiscono per arrivare anche alle famiglie.
Non è quindi solo una questione per acciaierie o cementifici. È una questione sociale.
In molti settori cosiddetti “hard to abate” — acciaio, cemento, vetro, chimica di base, trasporti pesanti — una parte delle emissioni non può essere eliminata dall’oggi al domani. Le tecnologie stanno evolvendo, ma non alla velocità delle scadenze normative.
Quando il prezzo della CO₂ cresce oltre la reale capacità di adattamento del sistema industriale, non accelera la transizione. Produce invece tensioni economiche, perdita di competitività e, alla lunga, fratture sociali.
Dopo vent’anni di funzionamento, anche l’ETS ha bisogno di manutenzione.
Forse serve anche il coraggio di ragionare sulle tempistiche.
Il pianeta non si salva spegnendo un interruttore il 31 dicembre 2050. Si salva costruendo una traiettoria coerente e sostenibile.
Un obiettivo è credibile solo se il percorso per raggiungerlo è economicamente e socialmente praticabile. In caso contrario rischia di trasformarsi in una dichiarazione di principio che logora il consenso e mette in difficoltà il sistema produttivo.
La transizione climatica è una trasformazione profonda.
Per arrivare al Net Zero bisogna arrivarci vivi: con imprese ancora operative, lavoratori ancora occupati, famiglie che non percepiscano la transizione come un sacrificio imposto.
Smantellare l’ETS sarebbe un errore.
La strada è un’altra: farlo evolvere.
Una possibile soluzione sarebbe consentire — sotto stretto controllo europeo — l’immissione nel mercato ETS di quote derivanti da crediti di carbonio di alta qualità provenienti dal mercato volontario.
Non greenwashing. Non artifici contabili. Ma riduzioni reali, verificabili e aggiuntive: tonnellate di CO₂ effettivamente evitate grazie a progetti certificati di decarbonizzazione e innovazione.
Il tetto complessivo resterebbe invariato. Ma l’offerta di quote potrebbe crescere in modo prudente e controllato, contribuendo a stabilizzare il prezzo della CO₂ e a rendere il sistema più prevedibile.
Con un ulteriore vantaggio: valorizzare crediti di carbonio seri significa incentivare nuovi progetti di decarbonizzazione, mobilitare capitali privati e diffondere innovazione anche al di fuori dei settori industriali più difficili.
Non meno ambiente. Più ambiente fatto meglio.
La vera sfida non è scegliere tra clima ed economia. È evitare che la lotta al cambiamento climatico diventi essa stessa un fattore di instabilità economica e sociale.
L’Europa può guidare questa trasformazione. Ma deve farlo con equilibrio.
Il cap resta. L’obiettivo resta.
Ma lo strumento deve diventare più resiliente. E il tempo, forse, un po’ più elastico. Perché il futuro non si costruisce con l’eccesso di zelo.
Si costruisce con intelligenza. E soprattutto con equilibrio.
Cambiare è necessario. Spezzarsi, no.
Per orientarsi tra sigle e mercati del carbonio
ETS – Emission Trading System
È il sistema europeo di scambio delle emissioni di CO₂. L’Unione Europea stabilisce un tetto complessivo alle emissioni dei settori industriali più energivori (acciaio, cemento, energia, ecc.). Le imprese ricevono o acquistano quote che autorizzano a emettere una certa quantità di CO₂. Se ne emettono meno possono vendere le quote inutilizzate; se ne emettono di più devono comprarne altre. Il tetto complessivo si riduce ogni anno, spingendo progressivamente il sistema economico verso tecnologie meno emissive.
CBAM – Carbon Border Adjustment Mechanism
È il meccanismo europeo di “aggiustamento del carbonio alle frontiere”. Serve a evitare che le imprese europee, soggette ai costi dell’ETS, siano penalizzate rispetto a produttori di Paesi dove non esistono regole analoghe sul carbonio. In pratica, alcuni prodotti importati (come acciaio, cemento o fertilizzanti) devono pagare un costo legato alle emissioni incorporate nella loro produzione.
Mercato volontario dei crediti di carbonio (VCM – Voluntary Carbon Market)
È un mercato parallelo, non regolato direttamente dai governi, in cui imprese e organizzazioni acquistano crediti di carbonio per compensare parte delle proprie emissioni residue. I crediti derivano da progetti che riducono o evitano emissioni di CO₂ (per esempio riforestazione, energie rinnovabili, efficienza energetica). La qualità dei crediti dipende dalla loro addizionalità, verificabilità e permanenza, elementi fondamentali per evitare fenomeni di greenwashing.



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