L‘Evoluzione delle Società di Architettura e Ingegneria verso la Decarbonizzazione e l’Economia Circolare: un contributo al dibattito sulla trasformazione delle pratiche professionali nell’era della transizione ecologica e digitale 

 

 

Premessa: L’architettura come pensiero che prende forma 
 

La riflessione che segue vuole rappresentare un contributo al dibattito sull’evoluzione delle pratiche professionali nell’ambito dell’architettura e dell’ingegneria, con particolare attenzione alle sfide della transizione ecologica e digitale del XXI secolo. 
L’architettura, nella sua accezione più autentica, è l’arte e la scienza di concepire, progettare e realizzare spazi destinati all’esistenza umana. È insieme atto creativo e gesto razionale, espressione di un’idea che si fa forma, struttura e funzione. 
È limitativo pensare che si limiti alla mera concezione e costruzione di edifici, perché l’Architettura racchiude in sé la capacità di pensare il mondo, di organizzarne le relazioni spaziali e simboliche, di riflettere un’epoca e anticipare un bisogno. 
In senso didattico, potremmo dire che l’architettura è la disciplina che, in generale e ben oltre “l’edificato” o la forma dell’urbano, modella lo spazio secondo principi di utilità, solidità e bellezza (Vitruvio, De Architectura, I sec. a.C.). 
Sin dalle origini, l’architettura ha accompagnato l’uomo nel suo processo di civilizzazione ed ogni epoca ha generato un’architettura coerente con la propria visione del mondo, con le tecniche costruttive disponibili, con l’ordine sociale e simbolico prevalente. 

 

L’architettura come origine della filiera integrata 
 

Oltre alla sua funzione estetica e simbolica, l’architettura ha sempre dovuto confrontarsi con esigenze funzionali, tecniche ed economiche. 

Nessuna opera architettonica può esistere senza essere sostenuta da una molteplicità di competenze: la staticità delle strutture, la distribuzione degli impianti, l’interazione con l’ambiente, l’efficienza energetica, la sicurezza, la manutenzione. 

L’idea originaria dell’architetto, per diventare opera, ha bisogno della collaborazione sinergica di figure tecniche, prima fra tutte l’ingegnere. L’architettura è infatti arte primaria non solo perché prima delle altre ma perché necessita delle altre per realizzarsi pienamente. 

Ogni funzione richiede un adattamento architettonico specifico, che va pensato anche e soprattutto, in termini di logica distributiva, prestazione tecnica, sostenibilità e durabilità. 

L’architettura è dunque il primo livello di un sistema complesso che, per funzionare, ha bisogno di ingegneria strutturale, impiantistica, idraulica, energetica, digitale. 

 

Dal singolo costruito all’architettura di sistema 
 

Oltre il singolo edificio, oltre la singola infrastruttura, il concetto di architettura si estende fino a comprendere l’intero tessuto urbano e territoriale. È qui che nasce l’idea di architettura di rete, ovvero la progettazione logica e strutturale dei sistemi che interconnettono i nodi vitali della città e del territorio: reti stradali, ferroviarie, idriche, elettriche, digitali, sanitarie, sociali. 

La città contemporanea, soprattutto se intesa nella sua evoluzione verso una Smart City, non può più essere letta come semplice somma di edifici o come accostamento funzionale di volumi edilizi, ma va compresa come organismo vivo, dinamico, complesso, strutturato su una rete fitta di flussi, dati, energie, connessioni materiali e immateriali, in continua trasformazione. 

In questo scenario, l’architettura non si esaurisce più nella configurazione visibile della materia – cemento, vetro, legno – ma si estende fino a comprendere l’infrastruttura digitale, i sistemi informativi territoriali, le interfacce tra dispositivi e spazio pubblico, i sensori, le reti di comunicazione e monitoraggio, gli algoritmi che regolano in tempo reale la mobilità, l’illuminazione, la sicurezza, il consumo energetico. 

Già Rem Koolhaas, nel suo Delirious New York (1978), anticipava il carattere metabolico della metropoli, descrivendo Manhattan come un condensato di architetture che producono realtà e artificio al tempo stesso, una macchina urbana governata da logiche di densità, interfaccia e ibridazione. 

 

Ma è nelle più recenti teorie urbanistiche europee che questo approccio si evolve verso una visione sistemica e reticolare del territorio urbano, dove la città non è più concepita come entità chiusa e delimitata, bensì come struttura porosa (Viganò, La città porosa, 2011), attraversata da forze, relazioni e scambi che travalicano i confini tradizionali tra urbano e rurale, costruito e naturale, fisico e digitale. 

Secondo Bernardo Secchi e Paola Viganò, la città contemporanea va pensata come territorio dell’urbanizzazione diffusa, che si struttura non più attorno a un centro e a delle gerarchie funzionali rigide, ma secondo logiche isotropiche, orizzontali e reticolari, dove ogni punto può essere nodo e ogni nodo può essere sistema. 

Da qui nasce il concetto di cluster elementare: un’unità territoriale minima, spesso sub-comunale, dotata di autonomia funzionale e infrastrutturale, ma integrata in un disegno più ampio e aperto, capace di accogliere la diversità, l’adattamento e la resilienza. 

La città porosa è dunque una città che assorbe, filtra, connette, non oppone resistenza ma costruisce senso attraverso la permeabilità. In questo contesto, l’architettura – intesa in senso ampio – non è più esclusivamente l’arte di dare forma a spazi definiti, ma diventa struttura connettiva, regia delle relazioni, configurazione di un sistema di nodi e interazioni. 

 

Una città intelligente è tale non perché ospita tecnologie ma perché è capace di integrarle nella sua struttura profonda, di farle dialogare con le reti ecologiche, sociali, economiche e culturali che la attraversano. 

Ecco perché l’architettura contemporanea non può più prescindere da una visione integrata, reticolare e dinamica del progetto urbano – una visione che si nutre tanto della sensibilità dell’urbanista quanto della precisione dell’ingegnere e della capacità predittiva dei modelli digitali. 

 

Verso le Smart City decarbonizzate: il ruolo dell’ingegneria sistemica 
 

Progettare l’architettura di una Smart City significa oggi pensare non solo alla bellezza dei luoghi ma alla loro efficienza sistemica. 

Significa disegnare l’integrazione tra reti disomogenee, rendere interoperabili le infrastrutture esistenti e quelle future, gestire il ciclo di vita degli asset urbani attraverso modelli predittivi, Digital Twin, piattaforme di controllo. 

Qui entra in campo la dimensione ingegneristica e fisica dell’architettura, quella che ne garantisce l’esistenza concreta e duratura nel tempo, trasformando l’intuizione iniziale in progetto realizzabile, scalabile, manutenibile. 

L’ingegnere, in questa prospettiva, non è il semplice esecutore di una forma decisa da altri ma il co-autore della trasformazione dello spazio. 

È colui che conosce i limiti e le possibilità della materia, delle tecnologie, delle normative. 

È il partner critico dell’architetto, colui che ne guida le scelte verso ciò che è possibile, senza mai tradirne l’ispirazione originaria. 

In molte delle opere più significative della storia recente – dal Centre Pompidou di Piano & Rogers, alla sede Apple di Foster & Arup, dal Bosco Verticale di Boeri alle Smart Grid territoriali – la sinergia tra architetti e ingegneri ha prodotto risultati che nessuno dei due, da solo, avrebbe potuto concepire. 

 

L’evoluzione semantica del concetto di “architettura” 

 

Nell’evoluzione della società, e soprattutto nel mondo delle infrastrutture complesse e delle tecnologie digitali, l’idea stessa di architettura ha conosciuto una espansione semantica e disciplinare. 

Si parla oggi di architettura di rete per indicare la logica organizzativa dei sistemi infrastrutturali (trasporti, logistica, energia), di architettura informatica per descrivere la configurazione dei nodi di calcolo e delle comunicazioni digitali, di architettura dei software e dei database per riferirsi alla strutturazione dei dati e alla logica dei processi nel mondo digitale. 

Si parla anche di architettura dei sistemi complessi in ambito energetico, industriale, sanitario, perfino nelle neuroscienze o nei modelli di intelligenza artificiale. 

In ognuno di questi ambiti, il concetto di architettura viene mutuato direttamente dalla figura storica dell’architetto e dell’urbanista. 

Si ripropone la medesima forma mentis: la ricerca dell’ordine nel molteplice, la volontà di attribuire significato al caos, la tensione verso una forma che sia bella, efficiente, razionale, economica. 

Come un urbanista studia le funzioni e le connessioni del territorio per disegnare città sostenibili, così un architetto informatico organizza le componenti logiche e fisiche di un sistema digitale, unendo sicurezza, velocità, accessibilità e armonia funzionale. 

Si può dunque affermare che in ogni progettazione complessa – sia essa fisica, digitale, organizzativa – serve un’architettura, e quindi serve un architetto, reale o concettuale. 

 

Un soggetto in grado di vedere la totalità, di integrare le parti, di guidare una visione comune. 

E parallelamente, serve un ingegnere, o una squadra di ingegneri, capaci di tradurre quella visione in sistemi funzionali, affidabili, resilienti. 

L’uno non può operare senza l’altro: dove manca l’architettura, vi è frammentazione; dove manca l’ingegneria, vi è utopia sterile. 

In una moderna società di progettazione integrata, capace di affrontare le sfide della transizione ecologica, digitale e infrastrutturale, l’approccio ad ogni impresa – sia essa una scuola o un porto, un’interfaccia digitale o un nodo logistico – deve ispirarsi alla stessa matrice fondativa: quella dell’architetto che elabora forma, significato e armonia, e quella dell’ingegnere che costruisce logica, efficienza, sostenibilità. 

Solo da questa simbiosi può nascere un progetto autenticamente generativo, capace non solo di funzionare, ma anche di ispirare. 

 

In definitiva, l’architettura è pensiero che prende forma, e la forma è sempre una risposta a un bisogno umano. 

Che si tratti di abitare, connettere, trasportare, comunicare o apprendere, ogni sistema deve essere pensato con cura progettuale, consapevolezza culturale e profondità tecnica. 

È in questa convergenza che architetti e ingegneri, insieme, possono guidare la costruzione di un futuro più giusto, più efficiente, più bello e più circolare (perché a zero scarti). 

 

Il ritorno necessario: dalla subfornitura alla concezione integrata 

 

In questo scenario ampio e interconnesso, dove l’architettura è chiamata a declinarsi in reti fisiche, digitali e funzionali, emerge un’ulteriore riflessione fondamentale, che riguarda direttamente l’identità e il ruolo delle società di architettura e ingegneria (necessariamente complementate da una componente digitale): la necessità di tornare alla logica della concezione del progetto come risposta primaria a un’esigenza reale e specifica del committente. 

Solo così è possibile restituire al progetto la sua centralità generativa e garantire alle società professionali la possibilità di esprimere appieno il valore aggiunto della creatività, dell’intuizione e della cultura tecnica. 

A partire dall’ultimo quarto del Novecento, infatti, molte società di ingegneria e architettura – sia pubbliche che private – sono state progressivamente indotte dal mercato e dalla normazione, a trasformarsi in mere erogatrici di servizi specialistici, a valle di un pensiero progettuale sviluppato altrove. 

In questo schema, l’idea è appannaggio di pochi “guru” o general contractor, mentre le società di progettazione diventano esecutrici subordinate, relegate al ruolo di produttori di elaborati tecnici, validatori di requisiti, compilatori di procedure, facilitatori nell’ottenimento di nulla osta e permessi. 

Una filiera a piramide rovesciata, dove il vertice progettuale è lontano dal cantiere e dalla realtà, e la base – fatta di competenze reali – viene compressa fino a non potersi più sostenere. 

Il risultato di questa trasformazione è stato duplice e drammatico: riduzione dei margini economici e impoverimento progressivo della capacità culturale e creativa. 

Con margini sempre più bassi, le società non riescono a investire in formazione avanzata, ricerca, esplorazione di nuove soluzioni. La logica della tariffa minima prevale su quella del valore aggiunto. 

E senza margine, non si genera innovazione. 

Così, proprio nel momento storico in cui sarebbe più necessario far convergere saperi, linguaggi e tecnologie per affrontare la complessità del mondo contemporaneo, molte strutture professionali sono costrette a ripiegarsi su sé stesse, riducendo ambizioni e capacità propositiva. 

 

La strada del progetto integrato: alleanze per il futuro sostenibile 

 

Per questo motivo, è indispensabile che le moderne società di architettura e ingegneria trovino il modo di recuperare centralità progettuale, non solo per sopravvivere, ma per ritornare protagoniste della trasformazione del mondo costruito. 

Il punto di svolta è tornare a operare “a monte” dei processi, affiancando il committente fin dall’origine, nella definizione del bisogno, nella lettura del contesto, nella costruzione del brief, nella traduzione dell’esigenza in visione. 

Questo significa passare da semplici “provider” a consulenti di concezione, capaci di governare la complessità e proporre soluzioni integrate e intelligenti. 

Una via concreta per riattivare questo ruolo è il lavoro in forma associata, attraverso joint venture temporanee o stabili tra società complementari. 

L’obiettivo non è fondersi, ma allearsi. Ciascuna società mantiene la propria specializzazione, ma contribuisce alla costruzione di un’offerta multidisciplinare, che integra urbanistica e mobilità, impiantistica e sostenibilità, design e digitalizzazione. 

In questo modo si costruisce una regia collettiva del progetto, capace di garantire al committente una visione ampia, una risposta coerente e un risultato più efficiente. 

È proprio dalla convergenza di diverse competenze – coordinate secondo una logica architettonica – che può emergere un nuovo modo di fare impresa professionale: più inclusivo, più creativo, più autorevole. 

Un modello in cui l’architetto e l’ingegnere non sono l’uno al servizio dell’altro, ma compagni di visione, capaci di costruire insieme valore pubblico e privato, rigenerazione urbana e rigenerazione culturale. 

Solo così si potrà uscire dalla crisi identitaria del settore e ricostruire un sistema in grado di generare margini sostenibili, attrarre giovani talenti, dialogare con l’innovazione e, soprattutto, riacquisire dignità nella società della conoscenza. 

E solo in una seconda fase, peraltro temporalmente non lontana da dove si è già, sarà possibile ipotizzare, studiare e realizzare forme di organizzative più stabili e capaci di porsi sul mercato come “centro di gravità”. 

 

Conclusioni: pensare meglio per costruire il futuro 

 

Questo ritorno al progetto come atto culturale, tecnico e generativo, concepito a partire dai bisogni e non dalle norme, è oggi l’unica strada per restituire senso e solidità all’architettura e all’ingegneria nell’era della decarbonizzazione e dell’economia circolare. 

Non basta più costruire bene: bisogna pensare meglio. 

E questo pensiero ha bisogno di tempo, di linguaggi comuni, di libertà intellettuale e di una nuova alleanza tra arte e scienza, tra forma e sistema, tra sogno e rigore. 

Le sfide della transizione ecologica richiedono un approccio sistemico che solo la convergenza di competenze diverse può garantire. 

La decarbonizzazione, peraltro obiettivo ineludibile e nuova funzione primaria dello sviluppo possibile e sostenibile, non è solo una questione tecnica, ma un ripensamento radicale del modo di abitare, produrre, muoversi. 

L’economia circolare non è solo efficienza dei materiali ma una nuova filosofia del progetto che considera l’intero ciclo di vita degli interventi. 

Solo così le società di progettazione potranno davvero riprendere quota, diventando protagoniste di una trasformazione che è insieme tecnica, culturale e sociale. 

Il futuro appartiene a chi saprà integrare visione e competenza, sostenibilità e bellezza, innovazione e tradizione. 

 

 

Bibliografia e riferimenti 

 

Testi fondamentali di architettura e urbanistica 

  • Vitruvio, M.P. (I sec. a.C.). De Architectura. Torino: Einaudi, 1997. 
  • Koolhaas, R. (1978). Delirious New York: A Retroactive Manifesto for Manhattan. Rotterdam: 010 Publishers. 
  • Secchi, B. (2013). La città dei ricchi e la città dei poveri. Roma-Bari: Laterza. 
  • Viganò, P. (2010). I territori dell’urbanistica. Il progetto come produttore di conoscenza. Roma: Officina Edizioni. 
  • Viganò, P. (2011). La città porosa. Firenze: Alinea Editrice. 
  • Secchi, B., Viganò, P. (2011). La ville poreuse: un projet pour le Grand Paris et la métropole de l’après-Kyoto. Genève: MetisPresses. 

Smart Cities e transizione digitale 

  • Batty, M. (2013). The New Science of Cities. Cambridge, MA: MIT Press. 
  • Townsend, A. (2013). Smart Cities: Big Data, Civic Hackers, and the Quest for a New Utopia. New York: W.W. Norton & Company. 
  • Ratti, C., Claudel, M. (2016). The City of Tomorrow: Sensors, Networks, Hackers, and the Future of Urban Life. New Haven: Yale University Press. 
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Sostenibilità e decarbonizzazione urbana 

  • Newman, P., Beatley, T., Boyer, H. (2017). Resilient Cities: Overcoming Fossil Fuel Dependence. Washington, DC: Island Press. 
  • Lehmann, S. (2010). The Principles of Green Urbanism. London: Earthscan. 
  • Register, R. (2006). EcoCities: Rebuilding Cities in Balance with Nature. Gabriola Island: New Society Publishers. 
  • IPCC (2022). Climate Change 2022: Mitigation of Climate Change. Cambridge: Cambridge University Press. 

Economia circolare e costruzioni 

  • McDonough, W., Braungart, M. (2002). Cradle to Cradle: Remaking the Way We Make Things. New York: North Point Press. 
  • Ellen MacArthur Foundation (2019). Completing the Picture: How the Circular Economy Tackles Climate Change. Cowes: Ellen MacArthur Foundation. 
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Progettazione integrata e BIM 

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  • Jernigan, F. (2007). Big BIM Little BIM: The Practical Approach to Building Information Modeling. Salisbury: 4Site Press. 

Studi sulle professioni tecniche 

  • Winch, G., Schneider, E. (1993). “Managing the knowledge-based organization: The case of architectural practice”. Journal of Management Studies, 30(6), 923-937. 
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Innovazione e futuro delle città 

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  • Sassen, S. (2014). Expulsions: Brutality and Complexity in the Global Economy. Cambridge, MA: Harvard University Press. 

Riviste specializzate di riferimento 

  • Architectural Review 
  • Domus 
  • Casabella 
  • Urbanistica 
  • Cities 
  • Urban Studies 
  • Journal of Urban Technology 
  • Smart and Sustainable Built Environment 
  • Building Research & Information 
  • Automation in Construction 

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